L’ora del ticket

La posizione del ministro Alfano è oggettivamente indifendibile. Chiederemo al Pd, nella riunione dei gruppi domani, di sostenere la richiesta di dimissioni del ministro.

Questo il contenuto di una nota diffusa da alcuni senatori renziani, che rompono gli indugi e si schierano apertamente per le dimissioni di Alfano. La notizia è interessante perché contemporaneamente Berlusconi difende a spada tratta il Ministro dell’Interno, alternando passaggi deliranti sulle solite responsabilità di “burocrati e toghe” a bugie grottesche sui suoi rapporti col dittatore kazako Nazarbayev.

è ragionevole dunque pensare che la permanenza di Alfano al Viminale sia determinante per la sopravvivenza del Governo Letta. Renzi sembra finalmente essersi reso conto che questo Governo è strutturalmente incapace di intraprendere qualsiasi progetto di riforma, perché è paralizzato dalla stessa “strana maggioranza” che ha già dimostrato nei mesi scorsi la propria inettitudine.

Letta si sta muovendo per radunare la “vecchia guardia” (quella che non ha più nulla da perdere) in difesa delle larghe intese, quindi se Renzi decide di proseguire nel tentativo di sfiduciare Alfano si mette definitivamente contro gran parte della dirigenza PD, a prescindere dall’esito della mozione di sfiducia. Che potrebbe fare, dopo? Che possibilità avrebbe candidandosi alla segreteria con tutto l’Apparato contro? Se anche dovesse vincere primarie ed elezioni, sarebbe desiderabile la prospettiva di dover contemporaneamente dirigere l’azione politica del Governo in una delle fasi più difficili del Paese e tenere a bada una classe dirigente refrattaria al cambiamento e pronta a muoversi in completa autonomia, anche contro gli interessi del Governo e del Paese?

Renzi può forse impossessarsi del Governo, ma difficilmente riuscirà a controllare il partito. Chi è l’unico politico che oggi può coniugare le istanze di rinnovamento generazionale e tematico ad un consenso diffuso tra i militanti del PD? Quel politico è Pippo Civati e Renzi lo sa bene.

Fermiamoci un attimo e riflettiamo. Da una parte abbiamo politici che negli ultimi vent’anni hanno sempre avuto posizioni diverse e in certi casi opposte: questi signori nel 2012 hanno tutti appoggiato Bersani, ora sostengono il Governo Letta e l’unica cosa che li tiene insieme è l’istinto di sopravvivenza. Sarebbe difficile altrimenti giustificare l’alleanza tra D’Alema e Fioroni, tra Marini e Stumpo.

Dall’altra parte abbiamo chi, in buona fede anche se magari da posizioni leggermente differenti, prova a cambiare il PD e il Paese. Tutte queste persone si radunano principalmente intorno a due figure: Pippo Civati e Matteo Renzi.

Civati e Renzi organizzarono nel 2010 la prima edizione della Leopolda, ma poi si separarono per motivi che non ho mai ben compreso. Adesso sembra che si candidino entrambi alla carica di segretario contro un fronte reazionario compatto ed agguerrito.

La domanda è semplice e non sono l’unico che se la pone: perché Renzi e Civati non fanno un accordo? Il primo punta a diventare premier, il secondo a fare il segretario, ognuno appoggia l’altro: forse in questo modo si può conquistare il partito e il Paese, mentre le candidature separate mi sembrano un modo per perderli entrambi.

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