“Saggezza della folla” vs “il popolo è bue”: il dibattito pubblico ai tempi di Internet

Ultimamente il mondo grigio, polveroso e pedante della blogosfera economica italiana è stato scosso da due notizie inaspettate (o forse no): Mario Seminerio aka Phastidio e Andrea Boda aka Bimboalieno hanno annunciato l’interruzione delle pubblicazioni sui loro siti, motivando la decisione in questi modi:

Boda

Oggi, dopo oltre 4 anni, ho deciso di chiudere questo blog.

È stata un’esperienza importante della mia vita che mi ha procurato molte soddisfazioni (gli inviti su tv, radio e giornali), ma anche molto impegno.
Al di là di considerare nel concreto sostanzialmente inutile questo spazio, ciò che rende irrevocabile questa decisione è la constatazione che l’identità “bimboalieno” ha preso il sopravvento sul suo creatore.
Pertanto questo ultimo post lo scrivo come Andrea Boda, e non come Bimbo Alieno.

Il relativo successo di questo sito, e dell’account twitter collegato, ha distratto le mie attenzioni dalla mia famiglia, dai miei due figli e dalla donna che amo: mia moglie, la vera artefice dell’uomo che sta dietro il nickname.

Non voglio che questo accada ancora, desidero tornare ad essere una persona che si informa perché ne ha bisogno, non che lo fa per esprimere opinioni competenti ad una platea per il brivido di sentirsi uno “stimabile pensatore”.

Grazie a tutti i lettori per il tempo che hanno dedicato alla lettura di questo spazio. Tralasciate pure i commenti mirati a farmi cambiare idea, ho deciso che resterò umano, non sarò più un “alieno”.

Seminerio

In questi anni abbiamo cercato, su scala infinitesimale, di portare un contributo non pavloviano al dibattito sul rinnovamento del paese. A volte ciò è avvenuto in modo del tutto naïf, prendendo posizioni che sono risultate funzionali ad un certo teatrino polarizzato e polarizzante. Superata questa fase, ha cominciato lentamente ad emergere la consapevolezza che il sistema possiede un’inerzia impressionante, difficilmente scalfibile se non a seguito di un grande trauma, che difficilmente sarebbe riuscito a discernere tra “buoni” e “cattivi”.

La motivazione addotta da Boda è sostanzialmente personale, in quanto tale da accettare con rispetto. Quella di Seminerio invece è a mio avviso più interessante, perché è squisitamente politica e infila il phastidioso dito in quella che probabilmente è ed è sempre stata la grande piaga aperta dell’Internet, cioè la profondità del suo impatto sociale. La Rete è veramente un mezzo di cambiamento? Se sì, cosa cambia e in che modo?

Il dibattito sul ruolo di Internet vive da decenni sulla contrapposizione tra chi crede nella “saggezza della folla” e chi vede la Rete e i social network come luoghi di sfogo superficiale, piattaforme su cui intavolare una discussione seria è impossibile.

La verità sta nel mezzo ma è difficile descriverla con precisione: è vero, Internet ha una grande tradizione di progetti culturali nati e cresciuti grazie al libero contributo degli utenti (ne ho parlato qualche tempo fa qui). Si pensi ad esempio a Wikipedia, ai sistemi operativi Linux diffusi ormai in tutto il mondo, a WordPress, il programma di blogging open source sostenuto dalla piattaforma su cui ho pubblicato questo post.

Allo stesso tempo negli ultimi 5 anni, cioè con la diffusione planetaria di Facebook e Twitter, è forse emersa o sta emergendo in molte persone la consapevolezza che la potenza del dibattito pubblico sulle reti sociali non è affatto amplificata dal mezzo né da esso rappresentata, secondo quanto proposto da Mc Luhan, ma presenta dei limiti ben precisi non dissimili da quelli propri degli strumenti di discussione “analogici”.

In particolare

1) La discussione diventa insensata, superficiale e caotica per n → ∞, con n=numero dei partecipanti.

2) Gli utenti tendono a dibattere con individui dagli interessi simili (un fenomeno che nelle scienze sociali è detto omofilia). Questo in breve tempo porta alla creazione di diverse tribù dedite all’adorazione dei propri idoli intellettuali e sostanzialmente chiuse al confronto con opinioni differenti.

3) Il peso relativo dei “centri di dibattito” è paurosamente sbilanciato a favore dei grandi soggetti editoriali che possono approfittare del loro enorme vantaggio competitivo.

Pochi giorni dopo il proprio “ritiro” Seminerio ha ripreso a postare, anche se non più con cadenza quotidiana, ma il problema ovviamente rimane: è possibile avere, in Italia, un dibattito pubblico contemporaneamente di qualità e influente? Perché non riusciamo ad andare oltre i due estremi, da una parte il modello “Beppe Grillo” o “colonnina destra” à la Corriere.it, dall’altra siti tutto sommato elitari come Lavoce.info?

Fare paragoni con gli altri Paesi ha poco senso, soprattutto rispetto al mondo anglo-sassone: il nostro mercato culturale è molto più ristretto per ovvi motivi linguistici. Se l’1% di centinaia di milioni di utenti costituisce una base di lettori più che sufficiente per produrre un prodotto di altissima qualità e di caratura globale (vedi il Guardian, il NYT, The Economist, il Financial Times), lo stesso non si può dire dell’1% di 30 milioni (ipotizzando che tutti gli italiani connessi ad Internet siano potenziale pubblico)  – usiamo l’1% solo per rendere l’idea, ma in molti casi è una percentuale ottimistica.

In Italia un blogger molto letto fa qualche migliaio di visite al giorno, più o meno quanto vendevano giornali sostanzialmente insignificanti come Liberazione, il Riformista, il Foglio. La stragrande maggioranza dei blogger è abbondantemente sotto il tetto delle 1000 visite giornaliere e scrive gratuitamente per un pubblico di fatto inesistente.

è insomma ormai chiaro (o dovrebbe esserlo) che la blogosfera non conta nulla (forse perché non è stata creata per contare qualcosa) ed Internet conta molto meno di quanto i giornali amino scrivere quotidianamente. I blogger economici e politici sono forse quelli che vivono il disagio più lacerante, perché si occupano di argomenti “seri” e sperano in qualche maniera, coscientemente o no, di “cambiare le cose”.

Non conta nulla non soltanto per ragioni strutturali, non solo perché siamo un paese piccolo, con una lingua poco parlata, con una popolazione che legge poco, non solo perché la struttura dei costi della pubblicazione digitale favorisce la dispersione dei contributi individuali e l’estrema concentrazione del traffico in pochi siti: forse i blogger, economici e non, hanno un ruolo inesistente anche perché hanno spesso un atteggiamento accademico e non divulgativo. Le discussioni scatenate da un post sono spesso discussioni tra blogger o tra l’autore e pochi selezionati lettori. Mi capita spesso di leggere post, articoli o stati sui social network in cui l’autore afferma che non tutti possono parlare di un determinato argomento. Ad esempio, tra gli economisti di professione e chi lavora nel settore è molto diffusa l’opinione secondo cui solo chi ha un PhD o chi si occupa professionalmente di materie economiche avrebbe la capacità di discutere di economia. Ecco, credo che questo sia un atteggiamento da debellare, soprattutto in un Paese come il nostro, in cui la piaga dell’analfabetismo economico presenta dimensioni enormi.

“A maggior ragione”, potreste dirmi, “proprio perché in pochi capiscono l’economia è bene che stiano ad ascoltare chi ne sa di più”. è un’idea radicata ma che non funziona, per diversi motivi. Gli economisti possono anche aver dedicato 20 o 30 anni della propria vita allo studio della disciplina, ma non per questo devono essere dipinti come portatori di un messaggio infallibile. Ogni studioso è un essere umano e per quanto possa essere competente ed in buona fede incorrerà sempre in qualche difetto metodologico, espositivo o di altro tipo. Il procedimento di peer review è indispensabile ma non sufficiente. La società contemporanea è così complessa ed articolata che ogni disciplina ha ormai implicazioni rilevanti sulla vita dei cittadini. Se questo è vero per la fisica, la chimica e le scienze naturali è ancora più vero per le cosiddette scienze sociali, il cui oggetto di studio è lo stesso soggetto con cui spesso ci si rifiuta di entrare in relazione. Tutto ciò assume tratti quasi ridicoli se aggiungiamo che l’economia, la sociologia, la storia e la scienza politica NON possono vantare un rigore metodologico paragonabile alle scienze esatte.

Gli economisti non possono quindi sottrarsi snobisticamente al confronto e poi pretendere di avere un minimo impatto sociale: l’aspetto divulgativo è importante almeno quanto quello analitico. Se risolvi un problema ma non riesci a comunicarlo a chi non conosce la materia, il livello del dibattito pubblico non migliorerà mai. Bisogna accettare l’idea che tutti abbiano il diritto di discutere di qualsiasi argomento, fare domande e pretendere una risposta da chi studia e fa ricerca in quel campo, un diritto che ovviamente è già riconosciuto e garantito dalla Costituzione, ma che spesso viene considerato con fastidio, come se nella sostanza quella persona non avesse l’autorevolezza per poter parlare.

Se fai l’economista devi saper parlare anche e soprattutto a chi si trastulla nei deliri estremisti o nelle teorie complottiste che infestano l’Internet; se sei un chimico o un biologo devi saper spiegare al grande pubblico perché gli OGM sono o non sono utili. Chi ha studiato, credo, ha un debito morale nei confronti della collettività, se non altro perché nella grande maggioranza dei casi ha potuto studiare grazie al sostegno economico dello Stato: se gli “intellettuali” rinunciano al loro ruolo di innovatori ed animatori del discorso pubblico, la liberaldemocrazia rischia di degenerare progressivamente in un sistema preda delle emozioni, dei pregiudizi e degli imbonitori.

In fin dei conti, per parafrasare Spider-Man, da una grande cultura derivano grandi responsabilità.

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Comments

  • ilsensocritico  On 07/19/2013 at 12:43 pm

    E’ molto interessante e condivisibile la tua analisi sui limiti del dibattito su Internet. Vorrei però fare due appunti al tuo post:
    1. non è vero che le scienze sociali non abbiano lo stesso rigore metodologico di quelle esatte. Pensando alla storia, ad esempio, ciò che la distingue dalle scienze esatte è quello che Heidegger definiva “il non esser più dell’essente stato”, cioè il fatto che la sua materia di studio appartiene al passato e non esiste più nel presente. Mentre un chimico e un fisico possono fare esperimenti sulla materia che trattano, per verificare in concreto la bontà delle proprie supposizioni, uno storico non può farlo e deve affidarsi a “prove indirette” come carte d’archivio, rilievi geologici e archeologici ecc.ecc. Ciò però non significa che non esista un rigore metodologico perché se fornisco una tesi devo anche motivarla adeguatamente.
    2. non faccio parte degli “esperti” ma, per interesse personale, frequento molto i forum complottistici e dubito che con loro si possa discutere su certe questioni per il semplice fatto che non accettano visioni o interpretazioni di un fatto diverse da quelle complottistiche.

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