La preoccupante diffusione del boldrinismo

E niente, io a giugno ero convinto che in fin dei conti la strategia Boldrini-Grasso con cui il centrosinistra conquistò le presidenze dei due rami del Parlamento fosse stata una mossa abbastanza azzeccata: prendere qualcuno che per ragioni diverse era diventato simbolo di onestà e freschezza e venderlo come l’antidoto ai (pessimi) candidati del centrodestra. Poi mi sono dovuto ricredere.

Se almeno Pietro Grasso sembra essere sufficientemente discreto, non si può dire lo stesso della sua collega, il (la?) Presidente (Presidentessa? Presidenta?) della Camera Laura Boldrini, che si è lanciata in una maratona di deliranti dichiarazioni e cavillose battaglie di principio. Parliamo di quell’intervista rilasciata all’inizio di maggio 2013 a Concita De Gregorio (e chi, se no?) in cui affermava:

So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada.

Parole che non lasciano dubbi sulla becera incompetenza del Presidente, che evidentemente ha un’idea tutta sua del web e delle conseguenze legali delle azioni di chi lo popola.

Poi è arrivata la stucchevole polemica sul corretto appellativo che dovremmo utilizzare per riferirci a lei. Presidente o presidentessa? E sticazzi?

Infine, dopo una pervicace operazione propagandistica, il boldrinismo comincia a fare proseliti e viene diffuso attraverso il sito del suo fondatore: leggete la commovente lettera di Chiara Pulvirenti. I grassetti e le parentesi sono frutto del mio disgusto.

Gentile presidente, le scrivo sull’onda dell’emozione, dopo l’incontro con i giovani ricercatori dell’Università di Catania. Ho lasciato prima l’aula del Rettorato, con una pesante (e imbarazzante) commozione. Mi sono seduta ad un tavolo di un bar della mia bellissima città e ho iniziato a scrivere, perché mi ha convinto che lei ha davvero voglia di ascoltarci.

Sono anche io una ricercatrice. Precaria. Lavoro qui a Catania, ho studiato Storia contemporanea alla facoltà di Scienze Politiche e ho avuto l’opportunità di diplomarmi alla Scuola Superiore insieme ai colleghi che hanno parlato oggi e che sono profondamente orgogliosa di conoscere.

La mia storia a differenza della loro è però piena di sensi di colpa e di inadeguatezza per aver preteso di assecondare i miei sogni. Avrei potuto scegliere di laurearmi in una facoltà scientifica. Magari sarei diventata un buon medico, una discreta insegnante. Sin da bambina mi sono sempre impegnata nello studio con ottimi risultati. Avrei potuto scegliere di intraprendere una carriera più sicura e dare un sollievo alla mia famiglia, che ha seguito con attenzione, cura e dedizione la mia formazione e ha lottato perché potessi cogliere qualsiasi opportunità la vita mi offrisse. Invece ho voluto inseguire il Mio Sogno, quello di scrivere e narrare, di riuscire a catturare la potenza creatrice della parola e farne valore tangibile (?!).

Sono entrata nel mondo accademico senza alcuna ambizione rispetto ai “privilegi” di chi lavora all’Università. Al liceo mi avevano insegnato “come” si racconta, ma dopo la maturità non ero ancora sicura di sapere “cosa” avessi da dire. Poi alla Scuola superiore e in Dipartimento ho conosciuto quelli che ora considero i miei maestri, docenti che mi hanno fatto scoprire la storia del nostro Paese e dell’Europa e ho capito che quello che avevo da comunicare era l’importanza della passione civile e della buona politica, la storia di quei modelli di cui ha parlato oggi, che ben al di là del mito hanno ancora infiniti doni da consegnare alla nostra terra distrutta, lacerata e umiliata da decenni di malgoverno. È avvenuta grazie a questi fortunati incontri la mia “iniziazione” alla ricerca storica.

Il mio primo libro, il mio primo sogno realizzato in pagine e inchiostro, me lo ha ispirato la figura di Altiero Spinelli. Era il frutto di alcuni mesi di studio in archivio sul manifesto di Ventotene, il lavoro di una ragazzina che probabilmente oggi riscriverei radicalmente, ma che ha suscitato inaspettate approvazioni da parte di chi il fondatore del federalismo europeo l’ha conosciuto davvero e ha voluto consegnarmi il Premio Matteotti, incentivandomi a continuare sulla strada contorta, difficile, lo sapevo bene, che avevo scelto. Era il 2007 ed ero al settimo cielo. Sono entrata tremante a Palazzo Chigi, con il sentimento di venerazione e riverenza di una giovane donna che credeva profondamente nel valore delle Istituzioni, che andava su tutte le furie di fronte al qualunquismo di chi accostava la politica all’aggettivo “sporca”, che non aveva mai osato il passo della militanza attiva per un eccesso di timidezza, ma che con estrema fiducia e responsabilità sceglieva i propri rappresentanti.

Poi è iniziata la crisi. Ho vinto il concorso per il dottorato di ricerca in Storia Contemporanea nel 2008 e il mio è stato l’ultimo ciclo di un dottorato in quella disciplina. Ho continuato a scrivere e a studiare furiosamente, a ricercare memorie da diffondere e viaggiando in Spagna, in Inghilterra, in Francia ho scoperto nella mia terra, in Sicilia, l’esistenza di un passato culturalmente e politicamente vivace troppo a lungo celato alla memoria. L’isola sequestrata, fatalista, superstiziosa, immobile è in realtà la patria di una Costituzione d’avanguardia, di uno spirito rivoluzionario precoce, di una comunità scientifica antichissima e interconnessa col resto d’Europa.

Insieme al mio maestro e a un gruppo di colleghi intraprendenti e infaticabili ho lavorato negli ultimi anni a studi e ricerche internazionali sulla storia del Risorgimento, dell’Università, della Rivoluzione e della Controrivoluzione, sulla storia dell’ambiente e sulla Questione meridionale. Ho lavorato giorno e notte. Ma soprattutto ho imparato a convivere con un umiliante e crescente senso di colpa. A che serve la storia in tempi di crisi? A chi dovrebbero interessare le mie ricerche e perché? Chi dovrebbe investire sulla mia carriera e sul mio futuro? A chi serve il mio sogno? Non ricordo nemmeno quando ho iniziato a giustificarmi per il lavoro che faccio e che fino a qualche anno fa mi rendeva tanto orgogliosa.

Sono un’umanista, Presidente, ma c’è ancora spazio per gli storici, i filologi, i filosofi, gli artisti in questo Paese? (uff) L’Italia ha deciso di fare a meno del pensiero e della bellezza? (argh!) Dobbiamo continuare a vergognarci di aver scelto una strada che ha un valore scarsamente produttivo, almeno nel senso stretto del termine? Perché non parlate più della tutela del patrimonio storico e artistico del nostro Paese? Perché mi costringete a scappare e a rinunciare allo studio del passato della mia terra?

Non sempre partire è un’opportunità. Non per tutti lo è. La storia dell’Italia io voglio continuare a studiarla nei nostri archivi, a raccontarla nella mia lingua e alla mia gente. Non ho alcuna paura di viaggiare, di confrontarmi con l’estero e l’ho fatto in diverse occasioni. Ho più amici in giro per il mondo che a Catania, ho una sorella che lavora a Barcellona da 5 anni e che ogni giorno mi chiede di seguirla. Eppure io continuo a credere che il posto per chi vuole lavorare alla tutela della nostra Cultura è qui e non altrove. E ostinatamente, ma non so per quanto tempo ancora, resisto. Qui.

Hanno riso e imprecato nell’aula da cui l’ascoltavo, quando ci ha invitati a innamorarci di nuovo della politica, a sperare ancora che in un Presidente della Camera si possa scoprire un modello. Sa perché? Perché abbiamo già perso il valore del pensiero e della memoria.

Non esortateci a innamorarci della partecipazione civile, costringeteci a farlo. Tornate a parlare di bellezza, prima che l’Italia si dimentichi di essere la nazione più ricca, affascinante e complessa che sia mai esistita.

Come si fa a accomunare in un’unica categoria artisti e storici??? Chi fa ricerca storica non fa arte! Sono differenti gli obbiettivi, sono diversissimi i metodi di studio e di lavoro. Perché la sinistra non riesce a liberarsi da questo penoso amore per la parola vuota, per l’ostentazione della frase pomposa (“riuscire a catturare la potenza creatrice della parola e farne valore tangibile”), per quell’atteggiamento che Moretti aveva ridicolizzato in Ecce Bombo??

Che cosa abbiamo imparato, alla fine di un articolo del genere? Che dobbiamo amare la bellezza???

Ci meritiamo tutto.

Post a comment or leave a trackback: Trackback URL.

Trackbacks

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: