Perché voto Civati

Con questo articolo voglio cercare di spiegare perché domani voterò Pippo Civati, nella speranza di convincere qualche indeciso e magari di far cambiare idea a qualcuno che aveva già scelto Renzi o Cuperlo.

Partecipare a queste primarie significa prendere posizione su due questioni principali: la durata e gli obbiettivi del governo delle larghe intese e della maggioranza che lo sostiene e la struttura futura del Partito Democratico.

Dall’autunno del 2011 l’Italia è governata da un esecutivo e da una maggioranza parlamentare che non rispettano gli orientamenti popolari emersi dalle urne. Il Governo Monti, nato per volontà del Capo dello Stato in una situazione di emergenza economica e politica, a dispetto dei proclami roboanti dei primi giorni si arenò presto nelle secche dei veti incrociati parlamentari. Lungi dal costituire il mezzo attraverso cui fare le riforme a lungo rimandate, questo Governo sembra aver avviato una fase di stallo politico-istituzionale caratterizzata principalmente dall’ascesa delle “larghe intese” al rango di normale metodo di governo, dall’esautorazione di fatto del Parlamento e dal potere eccezionale esercitato dal Presidente della Repubblica al di fuori di ogni consuetudine istituzionale anche se nel formale rispetto della Costituzione.

Tra i tre candidati, Pippo Civati è l’unico chiaramente contrario alle larghe intese, è l’unico che considera il Governo Letta parte del problema e non strumento di salvezza. Civati è l’unico, tra i tre candidati, a voler approvare subito una nuova legge elettorale, mentre Renzi e Cuperlo persistono nel sostenere questo governo e la sottostante alleanza tra destra e sinistra, antepongono alla legge elettorale un percorso tortuoso di riforme costituzionali di difficile realizzazione, dai contenuti incerti, dagli esiti potenzialmente inquietanti e della cui necessità è opportuno dubitare: non è certo modificando la Costituzione che si esce dalla crisi economica.

Piuttosto è opportuno liberarsi di un governo patetico, che si masturba nella consapevolezza della propria inutilità ed è teatro di deliranti battaglie ideologiche lanciate da Berlusconi su singoli provvedimenti come l’IMU, mentre il Paese muore lentamente, strangolato dalla pressione fiscale, dai tagli indiscriminati, dalla crisi del credito e da una politica economica demente ed ondivaga. Credo sia ormai evidente che questo Governo è nocivo per la Nazione: Civati  è l’unico che vuole farlo cadere.

Nel dibattito quasi assente di queste settimane (come l’anno scorso: non sarà che le primarie servono a poco senza le idee?) la quasi totalità dei commentatori pare dimenticare che queste consultazioni servono ad eleggere il segretario del Partito Democratico, non il suo candidato premier.

Il PD è un’organizzazione piena di difetti, chiusa, inefficiente, appesantita da una burocrazia autoreferenziale e dominata da un gruppo di oligarchi la cui alleanza è cementata più dall’istinto di sopravvivenza che da fattori ideologici. Il PD tuttavia è anche l’unico vero grande partito politico italiano, con una strutura definita, delle regole interne, delle garanzie minime di libertà e un minimo di dibattito politico e di vita culturale. Nessun’altra forza politica significativa presenta queste caratteristiche: né il PDL (o come si chiama ora o come si chiamerà tra 5 mesi), né il Movimento 5 Stelle né il ridicolo gruppuscolo creato da Mario Monti: per questo motivo il PD è un patrimonio da proteggere e da far fruttare, a meno che voi pensiate che un paese occidentale possa fare a meno dei partiti. Il problema è che il Partito Democratico è, ancora oggi, un partito privo di identità: frutto dell’unione di un partito democristiano e di un partito post-comunista, oggi non ha né un’ideologia dominante né progetti o visioni di lungo periodo. Questa carenza è elevata a tratto fondamentale dal nome stesso, che usa un aggettivo banale (tutti i partiti di un paese democratico dovrebbero essere democratici) per evitare di definirsi: questo proprio perché definirsi richiede una discussione, delle prese di posizione e una tesi di fondo, tutte cose che a questo partito mancano. A Gianni Cuperlo questa situazione va bene così: il partito non ha bisogno di cambiamenti, nulla deve essere toccato, bisogna garantire la sopravvivenza della classe dirigente nata nel PCI e cresciuta a pane e fallimenti, a spese di elettori e militanti e a danno della sinistra italiana. Spesso i cuperliani vengono considerati i fautori della mozione più tradizionalista, della sinistra dura e pura. Il vero dramma è che quella di Cuperlo è una candidatura di destra, perché reazionaria e conservatrice è la classe dirigente che lo appoggia. Parliamo di una classe dirigente che da quanto Berlusconi è sceso in campo colleziona sconfitte al posto delle figurine Panini, che ha ostacolato il rinnovamento nella sinistra, che si è opposta al riconoscimento dei diritti civili delle minoranze, che ha messo in secondo piano gli interessi del Paese per soddisfare l’ambizione sfrenata di alcuni suoi leader, che ha fatto due governi con il centrodestra senza concludere alcunché e ora si permette addirittura di fare agli elettori la lezioncina sulla sinistra, sulla purezza idelogica, sui principi da proteggere. Questa classe dirigente dovrebbe avere avuto la decenza di ritirarsi a vita privata, invece è ancora qui, nella sua arroganza, a chiederci una fiducia che sarebbe stupido accordare di nuovo.

Matteo Renzi, d’altro canto, ha abbandonato le vesti di rottamatore e ha accolto buona parte di coloro che avrebbe dovuto rottamare, persone che pensano che la vecchia barca stia per affondare e si sono affrettate a salire su quella nuova. Mi sembra decisamente improbabile, per usare un eufemismo, che Renzi possa cambiare veramente il partito con tutti gli appoggi eccellenti (o forse indecenti) che ha avuto. Quando questi personaggi ti fanno un favore pretendono sempre qualcosa in cambio. Peraltro, Renzi non è affatto interessato a fare il segretario: vuole fare il Presidente del Consiglio ed è totalmente indifferente alle sorti del partito.

Civati è dunque l’unico che per davvero vuole riformare il Partito Democratico, l’unico che vuole abolire le mille fondazioni correntizie che gravitano intorno al partito per crearne una sola, autorevole, indipendente e svincolata dal dibattito politico della giornata, concentrata nell’analisi dei grandi temi. Civati è l’unico che vuole riformare i rapporti malati tra apparati statali e partiti politici, seguendo l’analisi di Fabrizio Barca, è l’unico pronto a criticare non solo il conflitto di interessi di Berlusconi ma anche quelli interni alla sinistra, è l’unico che vuole che gli elettori e i simpatizzanti di sinistra partecipino con più frequenza e più poteri alla vita politica e partitica.

Per tutti questi motivi, domani voterò Pippo Civati: se volete una sinistra degna di essere votata, se volete una sinistra capace di governare il Paese, fatelo anche voi.

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